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L’ipocondria è la paura di avere malattie. Essa stessa va curata per non farsi suggestionare inutilmente.

Chi soffre di ipocondria tende a interpretare le normali sensazioni corporee come segni di malattia grave, nonostante la mancanza di prove a sostegno di tali preoccupazioni.
L’ipocondria può portare a una serie di disturbi psicosomatici, in quanto i sintomi fisici percepiti sono influenzati da fattori psicologici. I soggetti ipocondriaci possono fare frequenti visite mediche, richiedere numerosi esami diagnostici e cercare costantemente conferme sulla loro salute. Nonostante gli esami medici non rilevino alcuna malattia significativa, le preoccupazioni persistono.
Dal punto di vista psicologico, l’ipocondria può essere associata all’ansia e all’ossessione sulla propria salute. Le persone affette possono sperimentare sintomi come ansia costante, attacchi di panico o attacchi d’ansia conseguenti alla paura di avere una malattia grave e difficoltà a concentrarsi su altro che non sia la propria salute.
Nel DSM-5 l’ipocondria è stata classificata come Disturbo da Ansia di Malattia. La persona affetta da ipocondria attribuisce un significato eccessivo ai propri sintomi, temendo di avere una malattia grave o una condizione medica sottostante. Una lieve e momentanea tachicardia può, per esempio, portare alla cardiofobia.
Il Disturbo da Ansia di Malattia richiede che la preoccupazione per la salute sia persistente e causi un significativo disagio o interferenza nella vita quotidiana del soggetto, il quale può per esempio:
1) cercare ogni giorno i propri sintomi su internet
2) effettuare continue visite mediche
3) sottoporsi a numerosi esami diagnostici
4) cercare rassicurazione presso conoscenti e familiari
5) evitare di andare dal medico, anche per i controlli di routine.
La preoccupazione eccessiva deve durare almeno sei mesi per soddisfare i criteri diagnostici.
Il delirio ipocondriaco è un sintomo psicotico caratterizzato da una convinzione delirante persistente di essere malato, gravemente ammalato o addirittura che un proprio organo sia morto o marcio.
Le persone con ipocondria psicotica possono trarre conclusioni errate da piccoli segni o sensazioni corporee normali, sovradimensionando il loro significato e attribuendoli a malattie gravi o malattie mortali o all’idea che alcune parti del corpo siano non funzionanti.
I soggetti affetti da questo genere di ipocondria patologica sono convinti di avere malattie incurabili o di essere morte, nonostante le prove mediche contrarie. Il delirio ipocondriaco può manifestarsi in diversi modi: alcune persone possono affermare di non avere più un cuore o di avere parti del corpo mancanti, altre possono credere di essere invulnerabili a qualsiasi forma di danno fisico o che le loro funzioni vitali siano completamente interrotte.
Questa condizione può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana della persona e associarsi ad ansia, depressione, isolamento sociale e comportamenti autolesionistici. Una persona con ipocondria psicotica non riesce a mettere in discussione le proprie idee, che risultano molto resistenti al cambiamento.
È importante distinguere il delirio ipocondriaco dalla comune ipocondria, in cui le persone hanno paura delle malattie e di morire (tanatofobia) ma senza avere convinzioni deliranti.
Il delirio ipocondriaco è una condizione più grave e richiede un intervento clinico specializzato che può includere l’uso di farmaci antipsicotici, interventi terapeutici e il coinvolgimento di un team di professionisti della salute mentale.
Patofobia, nosofobia e ipocondria sono termini che hanno un significato simile, ma vediamo quali sono le differenze che li contraddistinguono.
La nosofobia e l’ipocondria sono entrambe condizioni in cui una persona ha una preoccupazione eccessiva per la propria salute. La nosofobia si riferisce però alla paura irrazionale di una malattia specifica, come la paura di avere un tumore, l’HIV, il morbo di Alzheimer o altre condizioni specifiche.
La patofobia è la paura irrazionale e persistente di ammalarsi o di contrarre una malattia mortale, anche in assenza di sintomi o segni di malattia. Questa paura può interferire con la vita quotidiana e portare a comportamenti evitanti o ipervigilanza costante per segni di malattia.
In sintesi, sia nosofobia che patofobia possono essere presenti nell’ipocondria come in altre condizioni di salute mentale in cui è presente una costante preoccupazione per le malattie (ad esempio il disturbo da sintomi somatici o il DOC con ossessioni somatiche).
L’ipocondria e il disturbo da sintomi somatici (DSM-5) sono due termini che si riferiscono a condizioni in cui una persona manifesta una preoccupazione eccessiva per la propria salute, ma ci sono differenze nella loro definizione e classificazione.
Il disturbo da sintomi somatici (o ipocondria psicosomatica) come definito nel DSM-5, riguarda sia la presenza di sintomi somatici che provocano disagio sia le loro conseguenze emotive, cognitive e comportamentali quali:
Nel caso dell’ipocondria psicosomatica, i sintomi fisici sono spesso attribuiti a una malattia grave o a una condizione medica pericolosa e sono vissuti in modo reale. Le persone con ipocondria psicosomatica possono cercare frequentemente l’assistenza medica, sottoporsi a numerosi esami diagnostici e visitare diversi specialisti nel tentativo di ottenere una conferma della presunta malattia.
Entrambi i disturbi sono caratterizzati da una preoccupazione eccessiva per la salute, ma il disturbo da sintomi somatici si concentra più specificamente sui sintomi fisici sperimentati. Se infatti i sintomi sono minimi o non sono presenti, la diagnosi appropriata è quella di disturbo d’ansia da malattia o ipocondria.
Le persone con ipocondria hanno una paura continua ma irrealistica di essere gravemente ammalate. Le malattie specifiche di cui si preoccupano, spesso, cambiano nel corso del tempo e si intervallano tra loro.
Si deve inoltre tenere presente che alcune persone con ipocondria possono effettivamente avere una malattia fisica diagnosticata, ma possono ritenere che la loro condizione sia più grave di quanto non lo sia.
I sintomi dell’ipocondria includono:
1) evitamento di persone o luoghi a causa della preoccupazione di contrarre una malattia
2) ricerca costante di malattie e sintomi anche sul web (quando la ricerca ossessiva di sintomi si svolge su internet possiamo parlare di cybercondria)
3) esagerazione dei sintomi e della loro gravità (per esempio, una tosse diventa un segno di cancro ai polmoni)
4) elevato livello di apprensione per la salute personale e conseguenti possibili attacchi d’ansia
5) ossessione per le normali funzioni del corpo, come la frequenza cardiaca
6) condivisione eccessiva dei propri sintomi e del proprio stato di salute con gli altri
controllo ripetuto dei possibili segnali di malattia, come misurare la pressione sanguigna o la temperatura o altri check up
7) ricerca continua di rassicurazione dai propri cari sui sintomi o sulla salute
disagio nei confronti di funzioni corporee sane, come la sudorazione, che viene acuita ulteriormente nel circolo vizioso della preoccupazione e rimuginio dell’ipocondriaco (ne è esempio la sudorazione notturna da ansia)
8) variazione di peso: ipocondria e perdita di peso possono essere correlate all’ansia che la paura della malattia può provocare.
Da cosa nasce l’ipocondria? Le cause esatte dell’ipocondria non sono completamente comprese, ma si ritiene che sia influenzata da una combinazione di fattori biologici, psicologici e ambientali. Tra questi vi sono:
1) predisposizione genetica: alcune persone potrebbero avere una maggiore probabilità di sviluppare l’ipocondria a causa della loro ereditarietà genetica
2) esperienze di vita: eventi stressanti o traumatici, come la perdita di una persona cara, un grave problema di salute o un’esperienza medica negativa, possono contribuire allo sviluppo dell’ipocondria
3) stili di pensiero distorti: modelli di pensiero distorti, come la tendenza a catastrofizzare o drammatizzare i sintomi fisici
4) fattori psicologici: l’ipocondria può avere cause psicologiche che fungono da elementi predisponenti come un’idea di sé come fisicamente vulnerabile, problemi di autostima, insicurezza e paura dell’incapacità di controllare la propria salute
apprendimento e condizionamento: l’osservazione di comportamenti ipocondriaci in familiari o l’accesso a informazioni mediche negative o catastrofiche possono influenzare il modo in cui una persona percepisce e interpreta i propri sintomi fisici
ambiente sociale: un ambiente sociale che enfatizza eccessivamente la preoccupazione per la salute o che attribuisce un alto valore alla malattia può aumentare il rischio di sviluppare l’ipocondria.
Anche l’epidemia di Coronavirus e la conseguente ansia da COVID ha costituito una delle cause per lo sviluppo dell’ipocondria, come evidenziato dallo studio di Wang e colleghi, dal momento che per lungo tempo si è parlato dell’alta contagiosità della malattia, così come dalle sequele a cui questa poteva portare.
A ogni modo, le statistiche evidenziano che il 4-5% dei pazienti negli studi medici pubblici soffre di ipocondria; tuttavia, vi è un’elevata probabilità che la malattia da coronavirus possa aver causato tassi più elevati di ipocondria a causa della sua elevata prevalenza e delle sue dimensioni sconosciute.
Uno dei disturbi d’ansia più comuni con cui l’ipocondria può essere correlata è il disturbo d’ansia generalizzata (GAD). Il GAD si caratterizza da una preoccupazione eccessiva e persistente su molteplici eventi o situazioni, accompagnata da sintomi come tensione muscolare, irrequietezza, difficoltà di concentrazione e disturbi del sonno.
Altre condizioni con cui l’ipocondria può essere correlata includono il disturbo di ansia sociale e il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). In queste condizioni, l’ipocondria può essere considerata come una delle preoccupazioni specifiche che contribuiscono all’ansia generale sperimentata dalla persona.
La relazione tra disturbo ossessivo compulsivo e ipocondria può essere complessa. In alcuni casi, i pensieri ossessivi sulle preoccupazioni legate alla salute possono alimentare l’ipocondria, portando a un’ansia costante riguardo alla propria condizione fisica.
Le compulsioni nel DOC possono anche portare all’assunzione di comportamenti correlati alla salute, come il controllo ripetitivo del corpo o la ricerca ossessiva di informazioni mediche, che possono sovrapporsi con l’ipocondria.
Come abbiamo visto, l’ipocondria può essere una delle preoccupazioni che affliggono le persone con GAD, amplificando l’ansia generale e focalizzandosi sulla salute. Un’altra possibile correlazione si verifica con i disturbi di panico. Gli attacchi di panico e l’ipocondria sono due disturbi distinti ma, in alcuni casi, possono essere correlati.
La connessione tra attacchi di panico e ipocondria può essere spiegata in diversi modi: in alcuni casi, un individuo che ha vissuto un attacco di panico potrebbe sviluppare la paura di avere una malattia grave come conseguenza dell’esperienza spaventosa dell’attacco stesso.
L’ansia e la paura associate agli attacchi di panico possono amplificare la preoccupazione ipocondriaca e portare a una maggiore attenzione ai sintomi corporei normali, interpretandoli erroneamente come segni di malattia.
Allo stesso tempo, l’ipocondria può anche aumentare l’ansia e lo stress, che possono scatenare attacchi di panico. La preoccupazione costante per la propria salute può alimentare un circolo vizioso in cui gli attacchi di panico si verificano come risposta all’ansia ipocondriaca, alimentando ulteriormente la preoccupazione e l’ansia.
È importante sottolineare che non tutte le persone con attacchi di panico sviluppano ipocondria e viceversa. Tuttavia, la presenza di uno di questi disturbi può aumentare il rischio di sviluppare l’altro.
La relazione tra ipocondria e depressione può essere complessa e bidirezionale. Da un lato, l’ipocondria può contribuire allo sviluppo o all’aggravamento dei sintomi depressivi. La preoccupazione costante per la salute può portare a un aumento dell’ansia, dell’incertezza e del malessere emotivo, che possono influire negativamente sull’umore e sulla qualità della vita.
La paura di avere una malattia grave può creare un carico emotivo significativo e aumentare la sensazione di disperazione. D’altra parte, anche la depressione può influenzare l’ipocondria. La depressione è caratterizzata da sintomi come tristezza persistente, perdita di interesse, sensazione di vuoto emotivo, perdita di energia e cambiamenti nell’appetito e nel sonno.
Questi sintomi possono ridurre la capacità di una persona di gestire l’ansia e le preoccupazioni riguardo alla salute, rendendo più probabile lo sviluppo dell’ipocondria. La relazione tra ipocondria e depressione può creare un circolo vizioso in cui i sintomi di entrambe le condizioni si rafforzano reciprocamente.
L’ipocondria nei bambini può presentarsi in modo diverso rispetto agli adulti. I bambini possono essere ipersensibili alle sensazioni fisiche e attribuire un significato esagerato a sintomi o piccoli disturbi comuni.
È importante sottolineare che l’ipocondria nell’infanzia può essere influenzata dall’ambiente familiare: un contesto in cui i genitori sono ansiosi riguardo alla salute può contribuire allo sviluppo di tale disturbo nei bambini.
Nell’adolescenza, l’ipocondria può manifestarsi in modo simile a quanto accade negli adulti. Gli adolescenti possono essere particolarmente influenzati dai media, che spesso presentano notizie e informazioni mediche allarmanti.
Questo può aumentare l’ansia riguardo alla propria salute e contribuire all’insorgenza di pensieri ipocondriaci. Inoltre, i cambiamenti fisici e psicologici in adolescenza possono far sorgere preoccupazioni riguardo all’aspetto fisico e alla conformità agli standard di bellezza, che possono alimentare l’ipocondria.
Nell’anzianità, l’ipocondria può diventare più comune a causa dei cambiamenti fisici e delle malattie croniche che spesso accompagnano l’invecchiamento. Le persone anziane possono essere più sensibili alle sensazioni fisiche e interpretarle in modo negativo, temendo che possano essere segni di malattie gravi.
Inoltre, l’isolamento sociale e la perdita di amici o familiari possono contribuire all’ansia e alle preoccupazioni ipocondriache negli anziani.
SERGIO  DEMURU

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Il termine workaholism viene associato alla dipendenza dal lavoro. Serve un percorso psicoterapico per venirne fuori.

Il termine workaholism (dipendenza dal lavoro) è stato introdotto da Oates nel 1971 unendo la parola “work” e la parola “alcoholism” per descrivere la dipendenza dall’attività lavorativa. Schaufeli, Taris, e Bakker (2008) hanno definito il workaholism come “la tendenza a lavorare eccessivamente in modo compulsivo”. Per poter parlare di dipendenza dal lavoro è necessaria la compresenza in simultanea di comportamenti lavorativi tendenti all’eccesso e di una spinta interiore (compulsione) che guida l’individuo verso tali eccessi.
Il workaholism viene associato in letteratura ad una vera e propria dipendenza comportamentale e sussistono sei criteri tipici di altre forme di dipendenza:
1) Salienza: il lavoro rappresenta l’attività più importante della vita di una persona, dominandone il pensiero e i comportamenti anche al di fuori dei luoghi e tempi di lavoro.
2) Trasformazione dell’umore: il lavoro viene associato a stati di umore che possono variare dall’eccitazione alla tristezza fino alla tranquillità.
3) Tolleranza: il dipendente da lavoro si sente costretto ad aumentare progressivamente e gradualmente la quantità di tempo passato a svolgere attività lavorative.
4) Astinenza: il dipendente da lavoro subisce negativamente, a livello fisico e psicologico (irritabilità, cambi di umore) le situazioni in cui non gli è permesso di lavorare (periodi di ferie, la malattia, ecc…).
5) Conflitti: emerge gradualmente una difficoltà nelle relazioni interpersonali (colleghi, familiari, amici). La persona con dipendenza da lavoro può cominciare ad essere criticata dagli altri per la sua difficoltà a “staccare” dal lavoro.
Ricaduta: dopo periodi in cui il lavoratore è riuscito a gestire la propria dipendenza dalle attività lavorative, ricade in comportamenti eccessivi.
In un paradigma che vede il workaholism come una dipendenza, i comportamenti di dipendenza dal lavoro possono avere la funzione psicologica di evitare sentimenti negativi o di regolarne l’intensità. Anche l’essere caratterizzati da valori orientati al raggiungimento di obiettivi (a discapito degli obiettivi di tipo interpersonale, relazionale) può portare a rivolgere i propri sforzi al successo lavorativo, con alti livelli di ambizione. Alcuni studi riportano come le persone provenienti da famiglie “disfunzionali” saranno più propense a cercare tipologie di lavoro altamente stressanti in quanto ormai abituate a fattori di stress all’interno delle mura domestiche. Allo stesso modo, anche l’apprendimento vicario può portare ad imitare comportamenti di tipo workaholic. In questo caso le persone possono essere influenzate da ruoli e figure all’interno della famiglia (genitori, pari, amici, altre persone significative) o nei contesti organizzativi-lavorativi, come superiori, mentori o in generale i colleghi (Ng et al., 2007).
Clark, Livesley, Schroeder, & Irish (1996) hanno riscontrato una correlazione positiva tra workaholism e caratteristiche di personalità ossessivo compulsiva. Questo legame, per essere significativo dal punto di vista diagnostico, deve manifestarsi in ogni ambito della vita del paziente (famiglia, amici, relazione sentimentale…) e non esclusivamente nelle attività lavorative. I soggetti dipendenti dal lavoro riportano valori maggiormente critici, rispetti ad altri profili di lavoratori, per quanto concerne la sfera della salute fisica e psicologica. In particolare possono manifestare sintomi psicosomatici maggiori ed un minore benessere fisico ed emotivo. Le eccessive energie immesse nelle proprie attività lavorative da parte dei workaholic sembrano inficiare la bontà delle relazioni interpersonali sia all’interno delle organizzazioni lavorative che nella vita quotidiana. Alcuni autori hanno individuato una relazione negativa tra workaholism e conflitto tra colleghi e sul versante familiare. In generale, la letteratura sull’argomento evidenzia come i dipendenti dal lavoro presentino: sensibile difficoltà nella comunicazione, scarsa partecipazione alle attività familiari e generale minor coinvolgimento emotivo. Il percorso psicoterapeutico dovrebbe includere una valutazione psichiatrica preliminare, volta a pianificare un eventuale trattamento psicofarmacologico in appoggio all’intervento psicologico.
La psicoterapia dovrebbe in ogni caso focalizzarsi sull’aiutare il paziente a sviluppare o potenziare: empatia, apertura relazionale, capacità di identificare, riconoscere e poi esprimere le emozioni, mentalizzare e regolare gli affetti usandoli nell’ambito delle relazioni personali in modo adeguato mirando a una maggiore autonomia interiore, e non solo all’apparente indipendenza.
La terapia familiare o di coppia può essere utile per ricostruire la comunicazione, reintegrare la fiducia tra i soggetti e favorire l’intimità tramite la condivisione emotiva. Possono avere un ruolo importante i gruppi di auto-aiuto, in quanto consentono alla persona di sperimentare il senso di appartenenza, l’importanza di vivere delle relazioni interpersonali, fanno vivere gli altri come interessati e consentono di instaurare relazioni autentiche. Il trattamento psicoterapico individuale del paziente con dipendenza dal lavoro dovrebbe sostenere il paziente nel:
1) Prendere consapevolezza dei motivi che hanno portato alla dipendenza;
2) Promuovere la capacità a gestire gli eventi e le problematiche quotidiane;
3) Sviluppare una capacità di intimità con sé stesso e con gli altri,
4) Acquisire competenze comunicative e sociali;
5) Prevenire le ricadute mediante l’identificazione degli stimoli attivanti e dei sintomi;
6) Apprendere le strategie di evitamento delle ricadute;
7) Comprendere il processo di dipendenza ed esserne consapevoli.
SERGIO  DEMURU

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Cos’è il cocaetilene e perchè è pericoloso.

Il cocaetilene è una sostanza farmacologicamente attiva che si forma nel fegato quando una persona assume congiuntamente alcol (etanolo) e cocaina.
Il cocaetilene amplifica gli effetti farmacologici sia dell’alcol sia della cocaina, perché blocca la ricaptazione (ovvero il processo con cui vengono inattivati i neurotrasmettitori) della dopamina nel cervello e, di conseguenza, produce maggiori effetti euforici legati sia alla cocaina che all’alcol  ed aumenta la possibilità che la persona continui ad abusare di entrambe le sostanze.
Secondo il Journal of Medical Toxicology  Neurotoxic and cardiotoxic effects of cocaine and ethanol, il cocaetilene ha alcuni effetti tossici indipendenti dai suoi precursori, alcol e cocaina.
La cocaina e l’alcol vengono rimosse dal flusso sanguigno e metabolizzate nel fegato per essere eliminate, in genere attraverso l’urina. E proprio nel fegato però che viene prodotto il cocaetilene durante il processo metabolico della cocaina in presenza dell’alcol.
Più precisamente, si pensa che il cocaetilene si sviluppi nel fegato a causa di un’alterazione del metabolismo della cocaina causata dalla concomitante presenza di alcol. I ricercatori ritengono che il cocaetilene si produca circa due ore dopo l’assunzione contemporanea di alcol e cocaina e, quando il fegato tenta di eliminare il cocaetilene, l’alcol presente nel sistema ne rallenti il processo, consentendo così al cocaetilene di entrare nel flusso sanguigno con conseguenti possibili danni ad un certo numero di tessuti e organi.
Il cocaetilene è significativamente (circa +30%) più tossico della cocaina da sola. Una volta prodotto, rimane nell’organismo fino a tre volte più a lungo della cocaina, con conseguente aumento del potenziale di effetto tossico. C’è un aumento del rischio di problemi cardiovascolari: il cocaetilene aumenta la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna ancor più della cocaina e può compromettere la capacità del muscolo cardiaco di contrarsi. Lo stesso cocaetilene può anche comportare un aumento del rischio di ictus rispetto agli individui che fanno separatamente uso di alcol o cocaina. Conseguente danneggiamento del potenziale danno epatico: a causa della sua significativa tossicità, il cocaetilene aumenta la possibilità di sviluppare danni al fegato rispetto all’uso di alcol o cocaina da soli. Gli individui che consumano congiuntamente cocaina ed alcol spesso sono protagonisti delle cosiddette abbuffate alcoliche (binge drinking) cui sono associati tutta una serie di problemi tra cui danni al fegato, problemi cardiovascolari, danni ai nervi, avvelenamento da alcol, scarsa capacità di giudizio e uno sviluppo più rapido di una grave dipendenza dall’alcol.
Aumento dell’impulsività: il cocaetilene aumenta sia i livelli di dopamina che di serotonina nel cervello e quindi aumenta il rischio che un individuo sviluppi comportamenti impulsivi. L’emivita plasmatica di cocaetilene, che indica il tempo necessario per la sua eliminazione dall’organismo, è 2 – 3 volte superiore alla cocaina perciò la sua concentrazione è difficile da prevedere, perché tutto dipende dalla dose di ciascun precursore (cocaina ed alcol) e dai tempi della loro assunzione.
In definitiva, il ruolo svolto dal cocaetilene negli avvelenamenti acuti e morti associate all’abuso di cocaina non deve essere sottovalutato. Nella medicina forense infatti ogni volta che i campioni di sangue risultano positivi sia per l’alcol che per la cocaina, si raccomanda una determinazione quantitativa specifica anche del cocaetilene al fine di addivenire ad una corretta interpretazione del caso.
È importante che i consumatori di cocaina e di alcol conoscano i rischi conseguenti alla associazione delle due sostanze per evitarla e non incorrere in seri pericoli per la salute; in particolare, chi usa cocaina generalmente sa che la disinibizione dovuta all’assunzione di alcol aumenta la disponibilità ad assumere anche cocaina, il che favorisce le reazioni metaboliche sopra descritte e l’aumento dei rischi di tossicità.
Purtroppo il poliabuso è molto comune nei soggetti con problemi di dipendenza.
SERGIO  DEMURU

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Quando normali attività quotidiane, come lavorare, fare acquisti, navigare su internet o andare in palestra, si trasformano in una dipendenza che può condizionare lo stile di vita e creare grande sofferenza.

I sistemi internazionali di classificazione delle patologie mentali da tempo riconoscono il gioco d’azzardo patologico come un disturbo e lo collocano all’interno della più ampia classe dei disturbi da “discontrollo degli impulsi”.
Simili al gioco d’azzardo patologico per modalità di sviluppo, sintomatologia e conseguenze che provocano, sono le così dette “patologie emergenti”: la dipendenza da sesso, gli acquisti compulsivi (o shopping compulsivo), la dipendenza da internet, il trading on line, la sindrome da “molestie assillanti” (stalking), la bigoressia. In realtà non si tratta veramente di nuovi disturbi, ma di nuove forme di dipendenza e qualsiasi comportamento “normale”, persino lavorare o avere una relazione affettiva, può essere vissuto con modalità patologiche.
Il gioco d’azzardo patologico è presente nell’1-3% della popolazione adulta, è più comune tra gli uomini che tra le donne (rapporto 3 a 2), compare spesso in adolescenza ed ha in genere un’evoluzione cronica. La dipendenza da sesso colpirebbe (il condizionale in questi casi è d’obbligo) il 5-6% della popolazione generale con un rapporto tra uomini e donne di 5 a 1, un’età d’esordio compresa tra i 26 ed i 50 anni e una maggiore frequenza  tra i single rispetto a chi ha un partner fisso. Di acquisti compulsivi soffrirebbe il 2-8% della popolazione, con una netta prevalenza tra le donne (80-90% dei casi). Non sono ancora disponibili dati affidabili sulla diffusione della dipendenza da internet, del trading on line, della sindrome da “molestie assillanti” e della bigorexia.
Qualsiasi sia l’oggetto della loro “dipendenza”, le persone che soffrono di uno di questi disturbi:
1) avvertono un desiderio incoercibile (craving) di mettere in atto il comportamento desiderato;
2) continuano a farlo pur rendendosi conto delle conseguenze (fisiche, psicologiche, familiari, sociali, lavorative, economiche, legali) negative che ne derivano
3) tentano di nasconderlo agli altri ricorrendo a diversi espedienti come minimizzare o dare false giustificazioni
4) rivolgono tutte le loro energie a trovare il modo di realizzare ciò che desiderano
5) quando incontrano un ostacolo avvertono uno stato di ansia o di agitazione che ricorda le crisi di astinenza
con il tempo sviluppano una tolleranza e per ottenere lo stesso grado di soddisfazione devono aumentare l’intensità dello stimolo o la frequenza dei comportamenti Questi meccanismi comuni si concretizzano ovviamente con modalità differenti a secondo del tipo di dipendenza.
Nel gioco d’azzardo patologico c’è una forte spinta al gioco che gradualmente diventa il principale motivo di vita e in caso di impedimento pratico a “scommettere” compaiono agitazione o irritabilità; per raggiungere lo stato di piacere desiderato è necessario aumentare un po’ alla volta il valore o la frequenza delle scommesse. Nelle forme più gravi la persona, oppressa da problemi personali, familiari, lavorativi, finanziari e legali, va incontro a vere e proprie fasi di depressione con idee e tentativi di suicidio (17-24% dei casi) oppure cerca rifugio nell’alcol o nelle droghe finendo però con il rendere ancora più complicata la situazione.
Nella dipendenza da sesso la sessualità viene vissuta in modo ossessivo tanto da diventare un’esigenza primaria per la quale la persona è disposta a sacrificare tutto: salute, famiglia, amici, lavoro. Le pratiche a cui può fare ricorso sono varie e comprendono la masturbazione, i rapporti con persone anonime e/o prostitute, l’esibizionismo, il voyeurismo, il sado-masochismo, l’acquisto di materiale pornografico e l’utilizzo di servizi erotici per telefono o via internet. Le complicanze più frequenti sono le malattie mediche (infezioni sessualmente trasmesse, ipertensione, ulcera, disturbi del sonno), i disturbi sessuali (anorgasmia, eiaculazione precoce o ritardata…) e i problemi legali (reati a sfondo sessuale come esibizionismo, pedofilia, stupro) familiari (deterioramento dei rapporti con il coniuge o con i figli) e sociali (compromissione lavorativa ed economica).
Negli acquisti compulsivi la persona avverte la “necessità” di comprare oggetti spesso inutili o varianti di oggetti già posseduti come orologi, scarpe o borse, che peraltro non sono sempre di proprio gusto. Le somme spese superano le disponibilità economiche per cui ne consegue la tendenza a contrarre debiti. Lo stato emotivo che accompagna l’acquisto segue un preciso andamento: prima c’è una condizione di eccitazione, poi compaiono la sensazione di non avere più il controllo sul proprio comportamento e un’alterata percezione del tempo che sembra “dilatato”, “rallentato”, infine subentrano avvilimento e idee di colpa.
Per quanto non riconosciuta come una vera e propria patologia, anche la navigazione su internet può assumere i caratteri del comportamento ossessivo con la tendenza a trascorrere numerose ore soprattutto sui social e sulle chat e difficoltà a staccarsene. In casi estremi questo comportamento non virtuali, porta all’isolamento, riduce la capacità di applicazione sul lavoro o a scuola e crea, per un’eccessiva stimolazione sensoriale, difficoltà di attenzione. Il giocare in borsa tramite internet (trading on line) in alcuni casi assume caratteristiche simili a quelle del gioco d’azzardo patologico: la persona vive un’esperienza di rischio soggettivo che si accompagna ad una transitoria alterazione del contatto con la realtà (“dissociazione”) e ad una sensazione di “potere” derivante dall’operare in prima persona davanti alla consolle.
Può causare problemi economici, familiari e sociali.
La sindrome da “molestie assillanti” (più nota come stalking che letteralmente significa “appostarsi”) consiste in ripetuti tentativi di mettersi in contatto con una persona, per telefono, per posta o attraverso pedinamenti, che vengono vissuti come fastidiosi o intrusivi da chi li subisce. Questi’ultimo, preoccupato per l’insistenza e per l’impossibilità di bloccare le attenzioni non volute, può sviluppare sintomi di ansia o depressivi fino a un vero e proprio disturbo da stress post-traumatico.
La bigoressia colpisce quasi esclusivamente uomini i quali, malgrado l’evidenza contraria, si percepiscono gracili, minuti e con la massa muscolare poco sviluppata. Di conseguenza, rivolgono una patologica attenzione al proprio aspetto, controllano continuamente le dimensioni della muscolatura, si sottopongono a esercizi fisici prolungati e diete iperproteiche, abusano di anabolizzanti.
Ci sono scarse informazioni circa le possibilità di cura anche perché agli specialisti giungono solo i casi più complessi in cui sono contemporaneamente presenti anche altri disturbi psichiatrici, come ansia e depressione, o abuso di alcol o di sostanze. Le modalità di trattamento ricalcano quelle delle tossicodipendenze (gruppi di Auto-Aiuto per pazienti e familiari, riabilitazione, comunità terapeutiche) a cui è spesso utile associare una psicoterapia cognitivo comportamentale  e/o un trattamento farmacologico da decidere di volta in volta (antidepressivi serotoninergici in caso  depressione o ansia, stabilizzatori dell’umore in caso di impulsività o intensa variabilità dell’umore).
SERGIO  DEMURU

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Il lavoro al computer danneggia la vista?

Pc, tablet e smartphone sono ormai presenti in maniera costante nella nostra vita quotidiana. Molte persone trascorrono gran parte della loro giornata lavorativa davanti a schermi luminosi e questo tempo prolungato ha conseguenze sul benessere fisico e sulla salute degli occhi. Gli esperti di Clinica Baviera Italia, istituto specializzato nella correzione dei difetti visivi, ci tengono a chiarire che per prevenire qualsiasi fastidio o il peggioramento della vista basta evitare alcuni comportamenti scorretti che all’apparenza sembrano innocui ma con il tempo possono portare disturbi ricorrenti. Il problema non sta nel computer in sé o nel tipo di lavoro svolto, bensì nella corretta posizione da assumere quando si svolgono queste attività sedentarie e, seguendo piccoli accorgimenti, possiamo proteggere in maniera efficace la nostra vista.
Dopo una lunga giornata in ufficio è molto probabile che i nostri occhi siano stanchi per l’uso eccessivo del computer. L’entità di questa condizione varia a seconda di quanto tempo si è trascorso davanti allo schermo e se esistono disturbi pregressi (astigmatismo, presbiopia e ipermetropia) che possano rendere i nostri occhi più sensibili a queste esposizioni prolungate.
Nonostante non esistano ancora prove definitive sui danni che nel lungo andare i pc possano portare alla nostra vista, l’American Optometric Association ha scoperto una serie di sintomi passeggeri che sono provocati dall’utilizzo prolungato di questi monitor:
1) Bruciore e occhi gonfi;
2) Offuscamento della vista;
3) Visione doppia;
4) Mal di testa.
Molti studi stanno riconducendo l’aumento dei casi di miopia che si è verificato negli ultimi anni tra bambini e adolescenti alle numerose ore che questa parte di popolazione trascorre davanti allo schermo dei pc e degli smartphone. Ciononostante è importante ricordare che i principali sintomi di questa esposizione prolungata non influiscono in maniera definitiva sulla nostra vista e possono essere lasciando riposare gli occhi.
Da cosa è provocato l’affaticamento visivo? Questo disturbo è provocato dal fatto che i nostri occhi durante un uso prolungato del computer devono sottoporsi ad uno sforzo continuo per mettere a fuoco le parole da vicino e per un lungo lasso di tempo, rendendoli inevitabilmente stanchi a fine giornata. Il paziente risente particolarmente di affaticamento visivo quando lo schermo è particolarmente vicino e l’illuminazione non è adeguata, imponendo così agli occhi di impiegare uno sforzo maggiore. Altri fattori che possono aumentare questo sforzo visivo sono: la presenza di errori di rifrazione non rilevati e l’utilizzo di lenti non adeguate.
Esistono diverse cause che possono provocare la secchezza oculare, ma sicuramente l’esposizione prolungata agli schermi è una tra le più comuni. Osservare un monitor per diverse ore al giorno riduce la frequenza con cui sbattiamo le palpebre, rallentando la lubrificazione dei nostri occhi e imponendo a fine giornata l’uso di colliri per alleviare questo disagio visivo.
Occhio normale e occhio secco
Perché passare tanto tempo al computer danneggia gli occhi?
Solitamente quando si pensa al tempo trascorso davanti al pc, si considerano le classiche otto ore di lavoro ma in realtà nel calcolo vanno inserite anche le ore in cui ogni giorno utilizziamo il telefonino, il pc di casa e la televisione. Questo utilizzo eccessivo degli schermi luminosi causa un affaticamento visivo (astenopia) e può dare una forte sensazione di vedere meno, causata da:
1) Eccessiva illuminazione;
2) Mancanza di illuminazione;
3) Esposizioni a luci ultraviolette;
4) Avvicinamento eccessivo allo schermo.
Come si può fare per prevenire questi disturbi? Le fastidiose conseguenze dell’affaticamento visivo possono essere prevenute e i loro effetti ridotti, se seguiamo alcuni comportamenti che correggono queste condizioni nocive alla nostra vista.
Tenere lo schermo del PC pulito e illuminato
L’illuminazione dell’ambiente dev’essere tale da poter vedere senza difficoltà gli oggetti circostanti (tastiera, mouse, fogli). Non devono essere presenti finestre dietro il monitor per non esporlo direttamente alla luce del sole e bisogna sempre regolare la luminosità dello schermo per non renderlo troppo abbagliante.
Lo schermo dev’essere posizionato ad una distanza di circa 50-70 cm (dipende dalle dimensioni del monitor) e dovrebbe essere posto in posizione inferiore rispetto allo sguardo. Se lo schermo è posizionato troppo in alto o troppo in basso può portare ad affaticamenti sul collo e le spalle a causa dell’inclinazione del viso. Se, nonostante queste indicazioni, senti il bisogno di avvicinarti allo schermo più del dovuto potrebbe essere un segnale di problemi alla vista ed è quindi consigliato recarsi dal proprio medico di fiducia.
In modo da evitare che, durante le ore di ufficio, i nostri occhi siano affaticati dal pc è necessario smettere di fissare lo schermo ogni 20 minuti e guardare un punto lontano nell’orizzonte per rilassare la nostra vista. Inoltre, ruotare gli occhi, sbatterli e sbadigliare può aiutare a rilassare la muscolatura del viso. È importante ricordare che staccare lo sguardo dal monitor non vuol dire approfittarne per controllare il telefono, i cui caratteri e pagine vanno allargati per portare meno affaticamento.
Postura adeguata
La schiena dev’essere sempre ben appoggiata allo schienale della sedia. Tra la tastiera e il bordo della scrivania occorre la giusta distanza di 15-20 cm utile per appoggiare gli avambracci. L’uso di poggia polsi potrebbe rivelarsi utile e i piedi devono poggiare a terra o su un apposito supporto.
Utilizzare occhiali o lenti a contatto apposite
Questi supporti vengono prescritti su misura dal medico oculista per non affaticare gli occhi.
Il controllo della vista è il primo rimedio per prevenire eventuali affaticamenti visivi. Il medico, in base alle nostre abitudini giornaliere, saprà indicarci i comportamenti da seguire per non sottoporre la nostra vista a sforzi eccessivi. Se si lavora oltre le 20 ore settimanali davanti al PC, è consigliabile effettuare periodicamente una visita oculistica.
SERGIO  DEMURU

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Parte la campagna di sensibilizzazione “No Dipendenze”. L’Associazione Sport e Salute A.S.D. pianifica un 2024 all’insegna delle novità.

Un progetto articolato quello dell’Associazione Culturale Sport e Salute A.S.D. La campagna di sensibilizzazione “No Dipendenze”, rivolta agli studenti delle scuole primarie e secondarie di tutta la Sardegna ha sortito effetti positivi anche in ambito familiare. Il tutto è potuto essere portato avanti grazie anche al contributo della Regione Sardegna ed al cofinanziamento della stessa Associazione Sport e Salute A.S.D.
Il tour è cominciato un anno fa, a marzo 2023, ed ecco di seguito il lavoro svolto nell’arco temporale sino a dicembre:
Marzo – Aprile -Maggio 2023
• Riunioni tecnico organizzazive e logistiche
• Coinvolgimento comuni
• Sopralluoghi stadi
• Direzione  e coordinamento delle fasi progettuali
• Coinvolgimento degli attori ed esperti e forze dell’ordine
Giugno Luglio 2023 –
– Incontri con i Serd Regionali e Liberi professionisti per il coinvolgimento nei Villaggi e nelle scuole.
– Programmazione e progettazione laboratori
Settembre 2023
– Corso “Psicoattivo” legato alla Mostra sul cervello , organizzato grazie alla collaborazione del Prof. Stefano Canali del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Roma Tre.
– Contatti e incontri nelle scuole per il coinvolgimento del Nodipendenze tour
– Autorizzazioni Stadi
Settembre/ottobre 2023
– Nodipendenze plain air con la realizzazione dei Villaggi Nodipendenze 2023
Novembre/dicembre 2023
– Nodipendenze tour nelle scuole
– Comunicazione nei luoghi di socializzazione (palestre, stadi, parrocchie, sale conferenze, centri commerciali).
Ora si volta pagina. Si comincia a programmare l’annata 2024, che avrà tante sorprese in programma. Alex Musa, responsabile dell’animazione, ha messo in vetrina doti comunicative di prim’ordine. Coadiuvato da esperti del settore aiuterà a fare un ulteriore salto di qualità a quelle che sono state le iniziative dell’annata appena trascorsa. È ancora tutto in divenire, ma sul tavolo vi sono progetti che coinvolgeranno un numero superiore di alunni ed insegnanti, che avranno spazi più ampi in “location” più accoglienti. Per ora nulla trapela, ma già dai primi di marzo sarà ufficializzato il programma nei dettagli.
SERGIO  DEMURU