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Dipendenze: cosa sono e come si curano.

Con il termine “dipendenza” si intende un’alterazione del comportamento che si caratterizza per la ricerca anomala ed eccessiva di sostanze o di attività che si mantiene nonostante l’evidenza che queste siano dannose.
Il concetto di dipendenza nasce in relazione all’utilizzo di sostanze (es. sostanze stupefacenti come eroina e cocaina) anche se si è poi esteso anche alle dipendenze comportamentali.
Non esistono, infatti, solo dipendenze legate all’assunzione di sostanze illecite. Altre dipendenze possono riguardare il gioco d’azzardo (ludopatia), l’alcol, internet e i social media, la pornografia, così come anche l’eccessiva passione per lo sport e il fitness.
Se ci ponessimo in una prospettiva differente, potremmo dire che le dipendenze sono ovunque intorno a noi e che si distinguono dalle meno gravi alle più gravi.
Tra le dipendenze più comuni si annoverano:
1) sostanze stupefacenti, le cosiddette droghe, come eroina, cocaina, ma anche cannabinoidi e oppiacei;
2) farmaci, soprattutto antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici o sonniferi;
3) gioco d’azzardo (ludopatia);
4) internet  e social media;
5) pornografia;
6) alcol;
7) fumo di sigaretta.
Le conseguenze sull’individuo possono variare in base al tipo di dipendenza.
Nel caso di sostanze stupefacenti, conseguenze dirette possono verificarsi sul sistema nervoso centrale:
1) la cocaina: è una sostanza estremamente neurotossica che, a lungo termine, può portare non solo a deficit cognitivi, ma anche a veri e propri quadri di demenza o Parkinson;
2) l’eroina: è paradossalmente meno dannosa a livello neurobiologico, ma ciò non toglie la gravità rappresentata dalla ricerca ossessivo-compulsiva della sostanza. Tutto passa in secondo piano in favore di questa dipendenza, a discapito dei rapporti umani, degli affetti e della propria professione.
Medesimo discorso è applicabile anche all’abuso di farmaci, la cui dipendenza, come per le droghe, può porre a serio rischio la vita della persona. In particolare in questi ultimi anni stiamo osservando una vera e propria epidemia di uso di farmaci Oppiodi, che vengono inizialmente prescritti come antidolorifici, ma che poi creando dipendenza vengono presi continuativamente da persone che non hanno nessuna idea di cosa si tratti.
Nel gioco patologico, le vere conseguenze si riflettono non solo sulla grande quantità di tempo impiegata in questa attività, ma soprattutto perdite a livello economico, così come nella sfera privata, sociale e lavorativa.
La dipendenza da nicotina, così come quella da alcol, è anch’essa importante e presenta delle conseguenze preoccupanti di cui chi ne abusa è perfettamente a conoscenza:
1) nel caso del fumo, il maggiore rischio è quello di sviluppare una patologia oncologica;
2) nel caso dell’alcol, gravi danni al fegato e all’organismo.
Al giorno d’oggi, alcune dipendenze hanno subito una sorta di trasformazione in “chiave moderna”, adeguandosi ai nostri tempi. Ad esempio, la dipendenza da internet e dai social media.
In Giappone la dipendenza da social media è parte del quadro noto come Sindrome Hikikomori: si tratta di adolescenti che vivono nella loro camera, dormono di giorno mentre la notte sono molto attivi sul web e sui social. Nessuna vita sociale, nessuna interazione, nessun rapporto umano diretto. Una piaga molto difficile e complicata, aggravata spesso dalla completa mancanza  della volontà di farsi curare.
Oggi, se l’uso dell’eroina è diminuito, quello della cocaina ha conosciuto un enorme incremento. L’abuso di cocaina, una volta tipico dei weekend per puro divertimento, oggi sta diventando per alcuni un mezzo per affrontare le sfide quotidiane, anche lavorative.
Non sono noti, fino in fondo, tutti i meccanismi che nel nostro cervello sottendono alle dipendenze, però sappiamo che esiste un’area cerebrale, chiamata corteccia cingolata anteriore (ACC), deputata alla motivazione e al rinforzo del comportamento, che nel momento in cui scatta la dipendenza viene iperstimolata (con una iper produzione di dopamina), portando alla continua e spasmodica ricerca di quella determinata sostanza o determinato comportamento.
Ma non solo. Certamente esiste una predisposizione biologica in ciascun individuo a sviluppare, in maniera più o meno marcata, delle dipendenze. Alcune persone, infatti, sono geneticamente predisposte allo sviluppo di dipendenze. Si può parlare proprio di una genetica delle dipendenze che può trasmettersi di generazione in generazione. È chiaro, però, che contribuiscono ampiamente allo sviluppo di dipendenze anche altri fattori – sociali, culturali e psicologici – da non sottovalutare.
L’indagine è clinica e si basa solo sull’analisi di alcuni comportamenti ripetuti che portano poi alla dipendenza. Non esistono esami specifici: la dipendenza diventa tale nel momento in cui provoca danni al soggetto.
Come tutti sanno, uscire dalle dipendenze è difficile, soprattutto se non si ha il desiderio di farlo, nonostante l’evidenza del danno. Il primo step fondamentale, per il paziente, quindi, è decidere di uscirne una volta per tutte.
A questo proposito, diversi sono gli approcci di trattamento per le dipendenze (in SSN o in regime di solvenza): questi possono spaziare dalle terapie farmacologiche (prescritte a seconda della problematica), ai percorsi psicologici con i professionisti, così come all’innovativo approccio biologico tramite la stimolazione magnetica transcranica che, grazie a un campo magnetico che penetra nel cervello, stimola alcune aree cerebrali.
SERGIO  DEMURU

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La nicotina è una sostanza in grado di modificare addirittura l’umore.

La dipendenza da nicotina corrisponde all’incapacità di smettere di assumere questa molecola, presente nel tabacco, nonostante la consapevolezza che la sua assunzione è associata a gravi rischi per la salute.
La nicotina è una sostanza presente nel tabacco in grado di modificare l’umore scatenando sensazioni solo temporaneamente piacevoli. La sua assunzione può causare una dipendenza che rende difficoltoso smettere di consumare tabacco nonostante la consapevolezza dei problemi di salute associati a quest’abitudine.
Il fumo di tabacco contiene infatti più di 60 sostanze dalla comprovata capacità di provocare il cancro, oltre a centinaia di altre molecole dannose per la salute. Nel loro insieme queste sostanze danneggiano pressoché tutti gli organi, tanto che più del 60% delle persone che non smettono di fumare muoiono a causa delle conseguenze di questa abitudine.
La causa della dipendenza è la capacità della nicotina di aumentare la secrezione di neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione dell’umore e del comportamento. Fra questi è inclusa la dopamina, una molecola coinvolta nella generazione della sensazione di piacere. E’ proprio questo effetto a generare la dipendenza dal tabacco.
I sintomi della dipendenza da nicotina includono l’incapacità a smettere di fumare, la comparsa di segni di crisi di astinenza quando si cerca di smettere (ansia, irritabilità, agitazione, difficoltà di concentrazione, cattivo umore, frustrazione, rabbia, aumento dell’appetito, insonnia, costipazione o diarrea), l’incapacità di smettere nonostante siano già comparsi problemi di salute e preferire fumare piuttosto che accettare di frequentare ambienti (ad esempio ristoranti) in cui è vietato.
L’unico modo per evitare la dipendenza da nicotina è non iniziare mai a fumare.
SERGIO  DEMURU

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I “social media” e internet nelle nostre vite: rischio serio di sviluppare una vera e propria dipendenza.

La dipendenza da “social media” rientra all’interno della dipendenza da Internet, meglio conosciuta con il nome originale inglese di “Internet Addiction Disorder” (IAD). Si tratta di un disturbo del controllo degli impulsi che non implica l’assunzione di una sostanza.
Nel corso delle varie epoche storiche i processi di socializzazione si sono via via evoluti in base ai cambiamenti della società. Allo stesso tempo la società ha assistito a un cambiamento dei mezzi di socializzazione e ha dovuto adattarsi ad essi.
Come ben sappiamo, l’avvento dei “social media” ha rappresentato una vera e propria rivoluzione: in brevissimo tempo essi si sono affermati nella nostra vita quotidiana, influenzando il nostro modo di comportarci, di esprimerci e di rapportarci agli altri. Probabilmente uno dei motivi principali per cui ciò è avvenuto è che i “social media”, rispetto agli altri mezzi di comunicazione tradizionali, quali ad esempio televisione e radio, permettono alle persone di entrare all’interno di uno scambio comunicativo molto più interattivo, offrendo così la possibilità di partecipare in maniera attiva e non come semplici ascoltatori o narratori.
Molto spesso si tende a scambiare tra di loro i termini “social media” e “social network”, senza considerare che essi esprimono due concetti differenti.
L’espressione “social media” sta a indicare, infatti, quel vasto numero di strumenti, tra cui software e applicazioni, che permettono all’utente di condividere e creare contenuti, siano essi immagini, video, audio o testi. Tra i social media più importanti troviamo:
1) Facebook;
2) TikTok;
3) Twitter;
4) Instagram;
5) Youtube;
6) Tumblr.
Con il termine “social network”, invece, si vuole indicare la rete digitale, costituita dagli utenti dei vari “social media” i quali, attraverso la rete, condividono ciò che preferiscono e creano contenuti nei confronti dei quali gli altri sono liberi di esprimersi.
È ben noto quanto, soprattutto nelle prime fasi della pandemia da COVID-19,le restrizioni imposte per evitare il diffondersi del virus siano state importanti.
Grazie all’utilizzo di moltissimi “social media”, gran parte delle attività che prima si svolgevano in presenza si sono potute portare avanti da remoto, permettendo così alle persone di lavorare, di studiare e di rimanere in contatto tra di loro.
Poiché le misure di distanziamento fisico hanno privato gli individui della possibilità di incontrarsi di persona, gran parte di essi si sono rivolti all’utilizzo dei “social media”: non sorprende che Facebook, una delle piattaforme maggiormente utilizzate, abbia visto un incremento del 70% del tempo trascorso e un aumento di oltre il 50% della messaggistica da parte dei suoi utenti a partire dall’inizio della pandemia.
Fermo restando che i problemi relativi a un utilizzo improprio dei “social media” si sono presentati fin da quando questi hanno avuto modo di affermarsi, nel momento in cui ci si è trovati a dover ripartire con le attività in presenza e sono tornati ad essere possibili, e spesso necessari, gli scambi vis a vis, tali problematiche si sono rese sempre più evidenti.
A livello mondiale si stima che circa 3,8 miliardi di persone utilizzino i “social” e trascorrano su di essi 142 minuti al giorno. Inoltre, una serie di studi ha dimostrato come un utilizzo appropriato dei “social media” possa in qualche modo favorire, attraverso lo sviluppo di nuove relazioni sociali e il rafforzamento dei legami già esistenti, una forma di benessere psicologico: attraverso essi, la persona può sperimentare numerose occasioni finalizzate a mantenere i propri rapporti familiari ed amicali, ad accedere a una moltitudine di informazioni di vario genere, ad esprimere opinioni e a condividere qualcosa di sé.
Allo stesso modo però, nel corso degli ultimi anni, ci si è concentrati sui potenziali risvolti negativi derivanti da un uso eccessivo e incontrollato dei “social”. Sebbene non vi sia ancora alcun riferimento da parte dei manuali diagnostici, l’uso eccessivo dei “social” viene sempre più spesso paragonato a una vera e propria forma di dipendenza.
La “Dipendenza da Social Media” o “Social Media Addiction” si riferisce a un tipo di dipendenza comportamentale caratterizzata da un’eccessiva preoccupazione per l’uso dei “social media”, accompagnata da un irrefrenabile e incontrollabile bisogno di accedere a essi.
Individui affetti da questo tipo di dipendenza presentano una serie di sintomi tra cui:
1) preoccupazione per l’uso dei “social media”, definita come la tendenza della persona a passare molto tempo sui “social” e cercare in ogni modo di ritagliare momenti in cui essere connessi;
2) sviluppo di una tolleranza in base alla quale la persona sperimenta una crescente urgenza a rimanere connessi e perciò tenderà a passare sempre più tempo sui “social” al fine di raggiungere uno stato di benessere;
3) incapacità di smettere di utilizzare tali strumenti nonostante le conseguenze negative che ne derivino;
4) lo sviluppo di una vera e propria astinenza in quanto, qualora vi fosse l’impossibilità utilizzare i “social”, la persona mostrerebbe degli stati di irritabilità, agitazione o malessere (craving);
5) modificazioni dell’umore, nel momento in cui l’utilizzo dei “social” viene portato avanti come strategia di “coping” al fine di ridurre ed evitare stati d’animo ed emozioni spiacevoli;
6) compromissione del funzionamento in importanti ambiti della propria vita, in particolare quello “socio-relazionale”.
Così come per altre forme di dipendenza, al fine di rintracciare le cause e i fattori di rischio che possono essere alla base di una “Social Media Addiction”, è opportuno adottare una prospettiva di tipo “bio-psico-sociale” attraverso la quale possiamo identificare:
1) fattori di rischio genetici, facendo riferimento a una componente di ereditarietà o ad un’alterazione della produzione di neurotrasmettitori endogeni;
2) fattori di rischio psicologici e temperamentali, tra cui difficoltà nella regolazione emotiva, scarsa tolleranza alla frustrazione e compresenza di altri disturbi mentali (ansia, depressione, PTSD);
3) fattori di rischio socio ambientali, come ad esempio mancanza di sostegno familiare o, come è successo negli ultimi anni, il verificarsi di particolari eventi che possono costringere a rimanere chiusi casa.
Più approfonditamente, in un recente studio è stato dimostrato come vi fosse una maggiore percentuale di dipendenza da “social media” in adolescenti che:
1) presentavano difficoltà nei rapporti con familiari e amici;
2) avevano la tendenza di andare a dormire con lo smartphone in modalità online.
Una moltitudine di studi hanno rilevato una correlazione positiva tra “Dipendenza da Social Media” e una serie di conseguenze fisiche, psicologiche e relazionali.
Per quanto riguarda le conseguenze fisiche è stato riscontrato come:
1) i “social network” e in particolare il fatto di ricevere “likes”, o altre forme di approvazione tipiche di queste applicazioni, attiverebbe specifiche aree del cervello, tra cui il cosiddetto “nucleus accumbens”, coinvolte nel sistema di gratificazione e ricompensa e che svolgono un ruolo fondamentale in quanto fattori di mantenimento della dipendenza stessa;
2) un uso eccessivo dei “social media” sia alla base di numerosi disturbi del sonno, soprattutto nella popolazione adolescente.
Tra le conseguenze psicologiche e cognitive più importanti troviamo:
1) maggiore probabilità di sviluppare disturbi d’ansia e disturbi depressivi;
2) aumento dei livelli di stress;
3) sentimenti soggettivi di inadeguatezza, insicurezza e bassa autostima;
4) pensieri disfunzionali su sé stessi e sugli altri;
5) difficoltà nella concentrazione e nel mantenere l’attenzione;
6) alterazione della percezione temporale.
Considerando, invece, i problemi di tipo relazionale, i più importanti sono:
1) impoverimento delle relazioni interpersonali;
2) tendenza all’isolamento;
3) tendenza alla sostituzione del mondo reale con quello virtuale;
4) diminuzione delle abilità prosociali.
Vi sono poi tutta una serie di pericoli strettamente correlati all’utilizzo dei “social media” tra cui troviamo:
1) aumento della possibilità di essere vittime di cyberbullismo;
2) probabilità di essere adescati da persone sconosciute e più grandi.
Per quanto riguarda il trattamento della “Dipendenza da Social Media”, questo è molto simile a quello utilizzato nei confronti della “Dipendenza da videogames”. La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC), risulta essere uno degli strumenti maggiormente efficaci nel trattamento di questo disturbo.
Tale forma di psicoterapia, che ha alla base l’assunto secondo cui emozioni, vissuti e comportamenti della persona sono frutto di processi cognitivi, si avvale di:
1) tecniche cognitive, attraverso le quali paziente e terapeuta lavorano per identificare e modificare tutti quei pensieri che possono fungere da fattori scatenanti, “triggers”, o di mantenimento verso la dipendenza da social media;
2) tecniche comportamentali, mediante le quali si cerca di sostituire i vecchi comportamenti disfunzionali con nuovi comportamenti alternativi.
Risultano essere altresì importanti tutti quegli approcci “mindfulness-based” che promuovono tutte abilità di mantenere l’attenzione in maniera consapevole, non giudicante e sul momento presente.
SERGIO  DEMURU

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Anche la dipendenza dal partner (affettiva) deve essere catalogata fra quelle da osservare.

Un certo grado di dipendenza dal partner è parte di ogni storia d’amore che possa dirsi tale, sopratutto nella fase dell’innamoramento, caratterizzata da un forte senso di intimità e passione, in cui il senso di fusione è particolarmente forte.
Alcuni autori (Fisher, Xu , Aron e Brown, 2016), descrivono la presenza, in individui in fase di amore romantico, di sintomi caratteristici dei disturbi di dipendenza, tra cui euforia, desiderio, tolleranza, dipendenze emotiva e fisica, ritiro e ricaduta.
L’amore romantico è parte naturale dell’imperativo biologico della riproduzione umana e corrisponde a uno specifico pattern di caratteristiche fisiologiche, psicologiche e comportamentali, che include: l’attenzione focalizzata sull’oggetto d’amore, la riorganizzazione delle priorità, un aumento di energia e sensazioni di euforia, sbalzi d’umore, risposte del sistema nervoso simpatico come sudorazione e batticuore, elevato desiderio sessuale e possessività sessuale, pensieri ossessivi sull’altro, desiderio per l’unione emotiva, gesti affiliativi, comportamenti orientati allo scopo e intensa motivazione per ottenere e mantenere il legame.
Quando le caratteristiche più dipendenti diventano rigide e pervasive e assumono la connotazione di necessità assolute, il rischio è di cadere nel versante più disfunzionale del legame amoroso, quello relativo alla dipendenza affettiva patologica.
La possibilità di andare oltre la fase dell’innamoramento e di amare l’altro, infatti, dipende proprio dalla capacità dei membri della coppia di percepirsi e rispettarsi come individui separati, cioè di riconoscere l’altro nella sua diversità senza per questo perdere di vista la propria individualità.
Quando invece il vincolo di coppia offusca i propri bisogni e desideri e ci incatena all’altro soffocando la nostra individualità possiamo parlare di love addiction o dipendenza affettiva.
Si noti che, in lingua inglese, il termine addiction si riferisce auna condizione generale in cui la dipendenza psicologica spinge alla ricerca dell’oggetto di interesse, senza il quale la vita perderebbe di valore. Reynaud e collaboratori (Reynaud, Karila, Blecha e Benyamina, 2010), definiscono chiaramente le differenze tra amore e dipendenza, intendendo con il termine Love Passion uno stato universale e necessario per gli esseri umani, che implica un attaccamento funzionale agli altri, e con Love Addiction una condizione disadattiva caratterizzata da una necessità e da un desiderio imperiosi dell’altro che si traducono in pattern relazionali problematici, caratterizzati dalla persistente e assidua ricerca di vicinanza, nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative di tale comportamento.
Il passaggio a un innamoramento disfunzionale, avverrebbe per la trasformazione del desiderio in bisogno necessario e del piacere in sofferenza. A ciò si accompagnerebbe l’estrema ostinazione nella ricerca e nel mantenimento della relazione, nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative. Essendo il desiderio compulsivo (craving), l’impegno ossessivo, la perseveranza dei comportamenti problematici e la compromissione dei sistemi di controllo di questi, elementi caratteristici delle dipendenze comportamentali (Potenza, 2006), è possibile supporre che la love addiction sia dovuta ad un irrigidimento disfunzionale delle caratteristiche naturali dell’amore romantico.
Intensa euforia quando vedono il partner, simile all’euforia che caratterizza l’uso di una droga
Craving (che è un desiderio spasmodico e irrefrenabile) per il partner o per la droga
Tendenza a ricercare sempre più la vicinanza con il partner (fenomeno simile alla tolleranza un meccanismo che spinge i tossicodipendenti ad aumentare progressivamente la quantità di droga assunta abitualmente per ottenere l’effetto desiderato)
Quando una relazione finisce le persone innamorate hanno dei sintomi d’astinenza che sono simili a quelli che si riscontrano nella sindrome d’astinenza dei tossicodipendenti (depressione, ansia, insonnia o ipersonnia, irritabilità, perdita dell’appetito o abbuffate) che, esattamente come avviene nella tossicodipendenza, portano alla ricaduta; ad es. nella Dipendenza Affettiva avere una ricaduta vuol dire cercare nuovamente il partner nonostante sia stato infedele, violento ecc. (Liebowitz, 1983; Hatfield & Sprecher, 1986; Meloy & Fisher, 2005).
Le analogie tra innamoramento e tossicodipendenza sono confermate anche dagli studi di neuroimaging (che visualizzano l’attività cerebrale in vivo). Questi studi dimostrano che l’ innamoramento attiva alcune regioni cerebrali della via mesolimbica che è ricca di dopamina (una sostanza che viene liberata nel nostro cervello ogni volta che facciamo qualcosa di piacevole come per es. mangiare, fare sesso, accudire la prole ecc.). Il piacere che proviamo serve a motivarci a ripetere questi comportamenti e quindi a garantire la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Come dimostrano numerose prove empiriche queste stesse regioni vengono attivate sia nella dipendenza da sostanze (Fisher et al. 2010; Acevedo et al. 2011; Xu et al. 2011) che nelle dipendenze comportamentali come lo shopping compulsivo (Knutson et al. 2007) e il gambling (Breiter et al. 2001).
Esattamente come avviene nella dipendenza da sostanze, anche nella Dipendenza Affettiva con il passare del tempo tutto inesorabilmente ruota intorno al partner; spesso la persona dipendente si chiude o evita volutamente gli altri nel tentativo di proteggersi dalle critiche o dal temuto abbandono.
Solitamente sia gli interessi che gli hobby vengono progressivamente abbandonati e il fulcro dell’esistenza diventa il partner; anche il rendimento lavorativo diminuisce perché la persona ha la mente costantemente occupata dai suoi problemi sentimentali e trascorre molto tempo a rimuginare per cercare di risolverli.
Nei casi estremi, per es. anche quando il partner è violento fisicamente, i pazienti dipendenti tendono a giustificarlo, si isolano, mentono o non chiedono aiuto pur di proteggerlo; spesso purtroppo non riescono a lasciarlo anche quando è a rischio la loro incolumità fisica. Generalmente, i pazienti con Dipendenza Affettiva sono consapevoli degli effetti devastanti che il partner ha nella loro vita, ma esattamente come i tossicodipendenti, non riescono ad astenersi. Chi soffre di Dipendenza Affettiva si sente inadeguato e non degno di amore e vive costantemente con il terrore di essere abbandonato dal partner. La paura dell’abbandono induce al tentativo di controllare l’altro con comportamenti compiacenti di estrema sacrificalità, disponibilità e accudimento, con la speranza di rendere la relazione stabile e duratura.
La tendenza stessa a costruire una relazione di non mutualità, ma in cui l’altro e i suoi bisogni siano centrali, induce a lasciare spazio a personalità egocentriche e anaffettive, che finiscono per confermare in chi soffre di dipendenza affettiva la paura di non poter essere degni di amore. infatti la scarsa autostima spinge la persona che soffre di dipendenza affettiva a leggere la scarsa disponibilità dell’altro non come informazione sull’altro (“è un narciso egocentrico”), ma come informazione su di sé (“non mi ama perché io non vado bene”).
Il risultato è un aumento della sacrificalità e un continuo colpevolizzarsi per l’andamento insoddisfacente della relazione; l’altro è rincorso esattamente come fanno i giocatori d’azzardo che ”rincorrono la perdita” e non riescono a smettere di giocare.
A volte, a causa di un torto subito dal partner, la rabbia può momentaneamente spingere chi soffre di Dipendenza Affettiva a dire basta e a chiudere la relazione, ma inevitabilmente, i sintomi dell’astinenza (depressione e incapacità di provare piacere, ansia, sensazione di vuoto ecc.) spingono a perdonare il partner e a giustificarlo rientrando così nel circolo vizioso di una relazione tossica.
Nella pratica clinica spesso incontriamo pazienti che non riescono a interrompere relazioni intime profondamente distruttive, che generano sofferenza e compromettono la loro vita a vari livelli.
I pazienti con Disturbo Dipendente di personalità sono caratterizzati dalla dipendenza dagli altri, cioè sono incapaci di vivere in maniera autonoma e hanno sempre bisogno di consigli e rassicurazioni. Quando sono soli si sentono indifesi e senza punti di riferimento, vivono costantemente con il terrore di essere abbandonati dal partner.
Pur di scongiurare il temuto abbandono sono disposti a fare cose spiacevoli e degradanti (ad es. si fanno sfruttare economicamente o sessualmente, tollerano l’infedeltà e nei casi estremi la violenza). Ma la Dipendenza Affettiva non è appannaggio solo del Disturbo Dipendente; anche i pazienti con Disturbo Borderline di personalità hanno serie difficoltà a stare da soli e adottano comportamenti dipendenti (ad es. si mettono a completa disposizione del partner e lo idealizzano). Hanno relazioni affettive caotiche caratterizzate da una passione travolgente ma anche da discussioni violente; i pazienti con questo disturbo vivono con il terrore di essere abbandonati dal partner ma temono anche di dipendere da lui e di perdere la loro autonomia.
I pazienti con Disturbo Istrionico di personalità temono la solitudine e sono travolti dall’angoscia davanti alla separazione; hanno costantemente bisogno di attenzione, approvazione e sostegno. Anche chi soffre di Disturbo Narcisistico di personalità non è immune, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dalla dipendenza affettiva dal partner. I così detti narcisisti covert infatti sono afflitti da pensieri di fallimento costante, mostrano scarsa autostima, sono molto attenti al giudizio altrui e ruminano costantemente, nelle relazioni mostrano un attaccamento ansioso dovuto alla costante paura del rifiuto e dell’abbandono.
SERGIO  DEMURU

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A Barisardo bagno di folla per la tappa del “tour” delle “no-dipendenze”.

A Barisardo il tour “nodipendenze” ha trovato la solita, calorosa accoglienza da parte della scolaresca, costituita stavolta da 4 classi: la 4a e la 5a elementare dell’istituto Comprensivo Pischedda.
La mattina è volata via con la visita nelle scuole, grazie alla disponibilità del Dirigente scolastico Maria Veronica Cani. Tutto il corpo insegnante ha voluto partecipare al progetto, finanziato dalla Regione Sardegna con il contributo dell’amministrazione comunale di Barisardo. Infatti la comunità dell’Ogliastra ha voluto che il tour facesse capo nel paese, grazie anche all’impegno del sindaco Ivan Mameli. Al suo fianco il vice-sindaco Fabiana Casu e l’assessore alle politiche giovanili Francesca Uda.
Bravo Alex Musa, il direttore artistico, a tenere desta l’attenzione del pubblico giovane, con tutta una serie di iniziative coinvolgenti.
Al fianco di Alex Musa si sono alternati Anna Licheri, laurea in televisione cinema e new media, e Michele Angius, l’artista che con le sue percussioni fatte con materiale di riciclo, vecchi bidoni e padelle, ha animato la serata nel parco “Su Crastu”, facendo suonare oltre 70 bambini. Le famiglie hanno danzato con i maestri di “break dance”.
Alberto Lugliè e Fabio Manca sono stati protagonisti di un laboratorio dedicato alla danza. Il test vita nei parchi fa parte del nuovo progetto di comunicazione nei luoghi di socializzazione
Il tutto è stato promosso e voluto da Annalisa  Pusceddu,  presidente dell’associazione “sport e salute”, mentre in cabina di regia il “coordinatore”’ Roberto Betocchi che dal 2012 produce eventi per “sport e salute”.
Il Sindaco Ivan Mameli ha detto: “Da genitore abbiamo il dovere morale di seguire i nostri ragazzi nel percorso di crescita. Dare un segnale alla nostra comunità e cominciare grazie a queste iniziative un percorso educativo mirato alla prevenzione contro le maggiori dipendenze”. Ha quindi ribadito l’assessore Francesca Uda: “Eventi del genere aiutano a rendere consapevoli i nostri figli delle problematiche legate alle prime dipendenze, in primis smartphone e fumo”.
Anche i genitori degli alunni hanno voluto dire la loro: “Progetto toccante.-ha detto una mamma-Siete stati favolosi ed i ragazzi sono stati coinvolti emotivamente nella lezione. Sarebbe bello avere ogni anno questa opportunità”.
Altre due mamme, Marta e Cristina, hanno fatto sentire la loro voce dal parco “Su Crastu” di Barisardo: “Stupendo pomeriggio trascorso con tanti partecipanti. Complimenti per l’organizzazione”.

SERGIO  DEMURU

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In Italia una persona su dieci ha fatto uso di cannabis o suoi derivati.

Una persona su dieci in Italia ha fatto uso di cannabis o di suoi derivati, secondo le stime più recenti dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze. La percentuale di consumatori si alza se si analizzano le fasce più giovani della popolazione: un quarto degli italiani tra i 15 e i 19 anni ha detto di aver consumato cannabis almeno una volta nella vita (il 27 per cento tra i ragazzi, il 23 per cento tra le ragazze).
Di questi, l’1,3 per cento ha riferito di averne fatto un uso frequente, cioè venti o più volte in un mese. Nel 2019 ci sono state 46mila infrazioni e reati legati alla cannabis in Italia (31mila legati all’uso, 15mila alla vendita).
Il mercato delle sostanze stupefacenti muove ogni anno attività economiche per circa 16 miliardi di euro, di cui il 39 per cento attribuibile al consumo della cannabis e dei suoi derivati (l’equivalente di circa 6,3 miliardi di euro), secondo quanto riportato nella relazione parlamentare sull’uso delle droghe in Italia presentata nel 2021.
Nel rapporto dell’Istat dell’ottobre del 2023 sull’economia non osservata, nel 2019 la spesa delle famiglie italiane in attività illegali (quali droga, prostituzione e contrabbando di sigarette) ammontava a 22 miliardi di euro. Soldi assorbiti in gran parte dalla criminalità organizzata che gestisce il traffico e lo spaccio, oltre al resto delle attività illegali.
Secondo l’osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, nel 2019 gli stati dell’Unione europea hanno segnalato 326mila sequestri di resina di cannabis per un totale di 465 tonnellate e 313mila sequestri di cannabis in foglie e infiorescenze per un totale di 148 tonnellate.
Il consumo di cannabis è più diffuso in Francia (11 per cento della popolazione), Spagna (10,5 per cento) e Italia (10 per cento). Lo stato dove si consuma meno cannabis in Europa è l’Ungheria (1,3 per cento della popolazione).
Restringendo il calcolo sui giovani tra i 15 e i 24 anni la percentuale in Italia sale al 24 per cento (circa un giovane su quattro) al di sotto di Francia e Repubblica Ceca (rispettivamente con il 28 e il 27 per cento). Sull’altro estremo si trovano Grecia e Ungheria, con meno del 3,5 per cento di giovani che hanno utilizzato cannabis nell’ultimo anno.
Una ricerca dell’università di Messina ha stabilito i costi e i benefici di un’eventuale legalizzazione della cannabis in Italia. Proiettando i dati del Colorado (Stati Uniti) – dove la sostanza è legale dal 2012 – sulla popolazione italiana e ipotizzando accise, tasse statali e locali pari al 32 per cento, il gettito per una popolazione di 60 milioni di abitanti sarebbe di 3,26 miliardi di euro su un fatturato superiore ai dieci miliardi di euro.
Oltre al gettito fiscale derivante dal commercio legale della cannabis, si registrerebbero altri risparmi. I ricercatori hanno calcolato che in un anno si risparmierebbero 541,67 milioni di euro per le spese di magistratura carceraria e 228,37 milioni per le spese legate a operazioni di polizia.
Alcuni studi stimano che la legalizzazione della cannabis in Italia favorirebbe la creazione di molti posti di lavoro tra stagionali impiegati nelle piantagioni e addetti alla vendita, producendo un ulteriore gettito irpef.
In Italia la possibilità di ricorrere legalmente a farmaci cannabinoidi esiste dal 2007. Dal 2017 la cannabis viene coltivata a scopo terapeutico direttamente dallo stato, presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze e sotto la supervisione dei ministeri della difesa e della salute, con lo scopo di diminuire le importazioni dall’estero, soprattutto dai Paesi Bassi.
È ritenuta utile per la cura di diverse patologie: dall’ansia alla depressione, ma anche malattie reumatiche o neuropatie. Inoltre è efficace come stimolante dell’appetito per chi soffre di anoressia, come antidolorifico, e per lenire gli effetti collaterali di chemioterapie e radioterapie in pazienti oncologici.
La sostanza è attualmente disponibile in Italia in due varianti: Fm1 e Fm2. Il ministero della salute ha pubblicato i dati relativi al consumo di cannabis medica degli ultimi quattro anni. La vendita di questa sostanza risulta in aumento anno dopo anno, arrivando a 1,2 tonnellate nel 2021, con l’Emilia-Romagna in testa tra le regioni rappresentando più del 25 per cento del totale.
SERGIO  DEMURU